Io: volontario a Paganica
3:32 am – 6-4-2009, dei numeri che in questo inizio anno hanno fatto purtroppo da anagramma ad una parola tanto sola ma alquanto terrificante: il Terremoto. Ad un mese da quel terribile momento il mondo globale di cui facciamo parte ci ha letteralmente bombardato di servizi, approfondimenti, talk-show, trasmissioni ed immagini a più non posso. Ore ed ore di diretta unite a migliaia di megabyte di foto sparsi per il web e nel mentre che osservavo costernato ciò che la terra era capace di fare in pochi secondi meditavo e riflettevo, da umbro ex-terremotato, su cosa si potesse fare per dare un aiuto concreto. Più passavano le ore e più il senso di impotenza mi attanagliava, il voler fare qualcosa ma qualcosa di giusto e non di azzardato erano la mia priorità di quei giorni. Nel frattempo che iniziavo a tenere a mente paesi come Onna, Paganica, Rocca di Mezzo, i miei amici e conoscenti mi spingevano a partire seguendo la mia vocazione (e lavoro) da fotografo ma nel mio cuore e mente non ce la facevo ad andare giu “armato” solo di macchina fotografica. Dopo due settimane ecco la situazione giusta al momento giusto: l’associazione con la quale sono iscritto, la Croce Verde di Spoleto, aveva bisogno per la terza settimana di nuovi volontari da mandare a Paganica per poter dare il cambio ai ragazzi del secondo contingente. Giovedì 16 aprile mi chiamano al telefono: “Ciao Alessio, volevamo sapere se eri ancora disponibile per partire una settimana come volontario nel campo di Paganica” – “Si assolutamente, si che sono disponibile”. “Bene, allora ci vediamo lunedi 20, ore 8:00 puntuale davanti alla sede”. E’ fatta, si parte, via di corsa a casa a dare la lieta notizia ai miei familiari ed a preparare la borsa, fare un rapido check-up per vedere cosa manca e cosa dovevo comprare. I giorni passano velocissimi ed il lunedì arriva in un men che non si dica: un po’ spaesato ma con mille motivazioni mi ritrovo a Terni insieme agli altri volontari tutti riuniti per partire insieme in colonna mobile. Due ore e mezza di viaggio ed arriviamo a Paganica. Il tempo di capire come è organizzato il campo ed eccomi catapultato nei doveri da svolgere: nel momento che sei li non puoi aspettare il benvenuto od altro, a dispetto di altre idee in questi campi tutto si fa meno che vita da camping. Cristina, anche lei della Croce Verde, mi spiega cosa devo fare (nel gergo “dare le consegne”), tante cose da tenere a mente e se non bastasse mi nomina capo-responsabile del mio settore. Il settore igiene è senza dubbio, per la mole e la continuità del lavoro uno dei più duri, ma ripeto, se ci si trova là a dare una mano è a prescindere da cosa si deve fare. Mi riempio un blocchetto di appunti: ore 7:00 sveglia, ore 8:00 inizio servizio, ore 8:30 prima riunione con il capo-campo e con gli altri capi responsabile per discutere delle problematiche varie, ore 9:00 ritiro spazzatura dalla mensa del campo e dalle tende della popolazione con conseguente sostituzione di sacchi nuovi, ore 10:30 circa pulizia ed igienizzazione bagni e convogli docce del campo 1 e campo 2, pausa pranzo intorno alle 13:00 e medesimo lavoro per il pomeriggio con conclusione alle 22:30, ora dell’ultimo ritiro spazzatura della mensa. Durante la giornata il lavoro è gravoso non lo metto in dubbio ma il contatto con la popolazione rende tutto più leggero: non c’è persona che non ti saluti, che non si fermi a chiacchierare, mi invitano nelle loro tende anche per un semplice “come va?” “da quanto sei qui a Paganica?”.
Gli occhi innocenti dei bambini che si divertono anche sotto il diluvio, saltando tra una pozzanghera e l’altra riescono a far scivolare il sisma che continua a tormentarci, il freddo pungente e la pioggia incessante. In questa cornice estrema, surreale se vogliamo, il calore ed amore degli abruzzesi per la loro terra e per coloro come noi, che siamo venuti in soccorso, è qualcosa di “leggendario”, è alla base di esperienze come queste: dure, lontane da ogni schema ma altrettanto piene di significato che ti riempiono il cuore di una ricchezza unica ed indescrivibile. L’organizzazione di cosa si fa nel campo è una costante, anche quando ci si riunisce in mensa per rifocillarsi, si parla del lavoro da fare, cosa da chiedere al capo-campo, come va il lavoro degli altri magari, il tempo è come se si fermasse, come se nel momento che abbiamo tutti lasciato la nostra casa ci siamo diretti in un’isola che non c’è dove ti dimentichi anche cosa sei nella vita di tutti i giorni: la priorità è il campo e risolvere qualsiasi problema ne venga fuori. Un campo è duro, durissimo, trovi problemi di una grande città in pochi ettari di terreno, ma anche in questo buio, come nei migliori film noir spunta una luce che squarcia le nuvole con violenza, un caldo sole che riscalda il cuore: Daniel che gioca con la sua bici, Angelo che ogni volta che passi davanti alla sua tenda ti sorride e si nasconde dietro alla sua dolce mamma, Michael che a pochi mesi dalla sua nascita non sente il disagio e pensa solo a riempire di baci la sua mamma, scene di vita quotidiana in una quotidianità ormai spezzata e letteralmente scossa dalla furia della terra. Ma è da questi gesti che l’Abruzzo cerca di ripartire, perché ricominciare è possibile! Forza Abruzzo.
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E’ davvero bello leggere finalmente un articolo sincero e “vero” su quello che accade in Abruzzo, nelle città colpite dal terremoto. Soprattutto in un momento in cui la politica continua ad illudere con le sue notizie e dissimula la realtà proiettandoci solo nelle cose che funzionano (poche) e velando abilmente quelle che non vanno..
Grazie per le tue parole e per le tue immagini, perchè sanno descrivere fedelmente la forza di un popolo e la sua volontà di rinascita, senza andare ad intaccare le mostruosità che la politica ci propina..