Intervista ad Alessandro Marsili, responsabile della taverna Giotti
ALESSIO INNOCENZI: Ciao Alessandro. Come definiresti la taverna?
ALESSANDRO MARSILI: Un luogo sicuro, al contrario di ciò che pensano alcuni. È vero, a volte si alza un po’ il gomito, ma le sbronze sono controllate e il “quintanaro” vero se la fa passare all’interno della taverna. Tutti coloro che compiono atti di vandalismo e risse durante il periodo della Quintana non sono veri “quintanari” perché, dopo un anno di sacrifici all’interno della taverna, chi ne fa parte vuole solo divertirsi nella taverna stessa.
I.: A questo proposito, cosa spinge persone come te a donare così tanto tempo al proprio rione?
M: La fede! Virtù che ultimamente si è un po’ persa. I tavernieri di solito a casa propria non muovono un dito, mentre in taverna fanno di tutto, grazie allo spirito della Quintana. Personalmente, durante questo periodo, non posso divertirmi perché essendo il responsabile della taverna, devo controllare tutto ciò che avviene al suo interno, come in una “sala macchine”.
I: Cosa mi dici dei clienti della taverna?
M: Chi viene da fuori generalmente è convinto di arrivare in un ristorantino particolare. Quando vede la tavola apparecchiata con fogli di carta paglia o il servizio è un po’ lento, storce subito il naso. Quindi gli va spiegato: che queste sono entità che esistono solo 10 giorni a Giugno e 15 giorni a Settembre; che i tavernieri erroneamente chiamati camerieri, non vengono retribuiti ma lo fanno soltanto per fede rionale. Inoltre in un ristorante normalmente si parla a bassa voce, mentre la taverna va vissuta, ci dev’essere la caciara sia dei “contradaioli” che dei clienti, perché quella è l’entità della taverna. Gli altri personaggi a cui dobbiamo insegnare lo spirito della quintana sono i ragazzi nuovi che arrivano.
I: Come definiresti i “quintanari”?
M: Beh, ce ne sono diversi tipi. Ci sono i veterani come me per cui la Quintana è diventato uno stile di vita ormai e la taverna un punto di ritrovo anche durante l’inverno. Quando si ha tempo libero si gioca a ping pong, bigliardino ecc. Poi ci sono i “quintanari” nuovi, ogni anno ne capitano una decina, ma su quei dieci se ne fermeranno uno o due, perché molti vengono spinti dalla voglia di divertirsi, poi quando capiscono che ci vuole anche sacrificio e la fede non attecchisce magari se ne vanno. Poi ci sono ragazzi che fanno la quindicina. Durante l’anno non vivono il Rione però nei 15 giorni della Quintana sono dei punti fermi. Purtroppo c’è sempre un grosso punto interrogativo sul numero effettivo di tavernieri.
I: Come affrontate il problema?
M: Organizziamo riunioni, feste e cene per i ragazzi anche durante l’inverno. Non sempre vengono ma quando lo fanno si capisce su chi si può contare per il futuro. Nel Rione siamo tutti di passaggio, ognuno ha la fortuna di costruire qualcosa nel periodo in cui partecipa. Prima di me c’è già stato qualcuno e ci sarà qualcun altro dopo di me.
I: Si verificano mai problemi economici?
M: Alfredo Doni, Priore del Giotti, rimette anche di tasca propria. Non c’è lucro, nessuno ci guadagna. I soldi che si guadagnano dalle cene vanno per i cavalli, per i costumi ecc.
I: Dicci qualche aneddoto sul Giotti….
M: La taverna del Giotti nasce nel 1975 come una scommessa, solo il Cassero dava un po’ di mescita di vino, nessun’altro all’epoca faceva taverna. Questi locali erano la casa reale del più importante Priore del Rione Giotti, Amedeo Ciancaleoni, che purtroppo è venuto a mancare quest’anno. I personaggi che hanno costruito il tutto erano Ciancaleoni, Alessandro Castori e Giacinto Cannellori. I primi rionali del Giotti sono stati gli Scout, tra cui c’era anche Alfredo Doni che da semplice ragazzo che spostava un banchetto è diventato Priore. La storia è questa: si entra come taverniere, ci si affeziona e si sceglie la propria strada. C’è chi rimane in taverna, chi va in scuderia, chi in cucina, poi la passione e la fede diventano così grandi da dedicare sempre più tempo al Rione.
I: Su di te cosa ci puoi dire?
M: Che il giorno della quintana odio tutti i “quintanari” al di fuori del mio Rione. Gli altri giorni dell’anno ci accomuna il fatto di essere tutti “quintanari”, a differenza di chi non ne fa parte. Facciamo sacrifici per una cosa che a Foligno funziona, la Quintana.
I: Cosa differenzia il Giotti dagli altri Rioni?
M: Dal punto di vista storico l’origine nobiliare. Il Rione Giotti viene accostato alla famiglia degli Elisei. Dal punto di vista delle innovazioni posso dire che in qualsiasi settore (taverna, costumi, gara, cucina) stiamo sempre un passo avanti perché non abbiamo paura di sperimentare. Siamo stati i primi ad avere la taverna, a servire la birra, ad avere un menù completo sia di piatti tradizionali che di piatti più elaborati. Per quanto riguarda la stalla nel 2000 abbiamo avuto il coraggio di mandar via un cavaliere vincente, contando su Daniele Scarponi che si è rivelata una scommessa vincente.
I: Da cosa nasce la competizione col Rione Croce Bianca?
M: Da quando un cavaliere del Giotti, a pochi giorni dalla Quintana, passò al Croce Bianca. Dopo quell’episodio Amedeo Ciancaleoni fece stabilire un vincolo nel 1986 e cioè che un cavaliere dopo la gara non poteva correre per un Rione diverso dal proprio per almeno 365 giorni.
I: Esiste una Commissione Artistica nel Rione Giotti?
M: Non esistono vere e proprie gerarchie, comunque la parte artistica è curata da Alessia Mariani e da Giulio Strappini.
I: Sono previste novità prossimamente?
Intervento di LUCA GIACINTI: Si pensava di fare un piccolo museo sulla Quintana con alcuni reperti storici. Da quando è nata la taverna del Giotti non si sapeva che fine avessero fatto, come ad esempio il primo bando scritto. A breve inizieremo a tirar fuori documenti, ricordi quintanari e quant’altro, come ad esempio un abito del 1987. Dopo la Quintana sistemeremo il tutto e lo metteremo a disposizione del pubblico.
I: Bene, grazie ragazzi.
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